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Umberto Veronesi: "Le mie ragioni per dire si al nucleare"

July 30th, 2010

Umberto veronesi e le sue ragioni per il si al nucleare

Umberto Veronesi affida a La Stampa di oggi il suo messaggio a favore del ritorno del nucleare in Italia e motiva il perché un oncologo è deciso a diventare Presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. In sostanza i motivi per cui è deciso a intraprendere alla bella età di 85 anni questa avventura, sono due: crede sul serio che il nucleare sia una buona occasione per l’Italia; crede sul serio che il nucleare non sia pericoloso come si dice.

Ecco cosa scrive nel suo panegirico:

Vorrei ricordare che il nucleare è nato in Italia grazie a Enrico Fermi e quando nel dicembre 1942 lui e la sua squadra festeggiarono con un fiasco di vino Chianti (fiasco che fu firmato da tutti i fisici presenti e che diventò da allora un oggetto di «culto») si aprì una nuova era per la scienza e per l’umanità. Il brindisi era per la scoperta della «pila atomica» che era in grado di produrre enormi quantità di energia con la rottura di un atomo di uranio colpito da un neutrone. Fermi scoprì che per produrre energia non è necessaria la combustione (che consuma ossigeno) né il riscaldamento a carbone, o petrolio, e trovò quindi una soluzione potenziale al crescente fabbisogno energetico nel mondo. La politica poi fece un uso tragicamente improprio della sua scoperta, facendo costruire la bomba che gettò un’ombra indelebile su questo progresso.

Incidenti nucleari? Una bazzecola. Secondo lo scienziato ce ne saranno stati al massimo un paio causati da imperizia:

Ma ciò di cui la gente ha paura sono gli incidenti alle centrali. Va detto che in 40 anni di utilizzo del nucleare nel mondo si sono verificati solo 2 casi: quello di Three Mile Island in Pennsylvania nel 1979, che non provocò nessuna contaminazione e nessuna vittima, e quello di Cernobil nel 1986, che fu un vero disastro. Spesso però si ignora che a Cernobil la causa fu la leggerezza e l’incompetenza del personale.

Che ve ne pare?

Foto | Nogara online

Umberto Veronesi: “Le mie ragioni per dire si al nucleare”

Tav in Val di Susa, per Coldiretti è troppo alto l’impatto sull’agricoltura

January 22nd, 2010

Val di Susa, in pericolo secondo gli agricoltori di Coldiretti

Secondo Riccardo Chiabrando, presidente Coldiretti Torino il Tav in Val di Susa potrebbe ripercuotersi pesantemente sull’agricoltura della zona e dunque chiede al Governo di non commettere errori come in passato. Leggo dal sito di Coldiretti Torino:

I berretti gialli non sono aprioristicamente contrari allo sviluppo e alla modernizzazione che il Tav – Treno alta velocità – potrebbe portare all’economia del Nord Ovest e a tutta l’Italia. Chiediamo una attenta valutazione delle ipotesi di tracciato. Il nostro obiettivo è impedire che si ripetano errori che, in passato, si sono verificati nella valle di Susa con la realizzazione delle tante opere pubbliche che l’hanno trasformata.

E le precedenti opere pubbliche quali il raddoppio della ferrovia e gli innumerevoli cantieri autostradali hanno portato oltre al progresso (non si capisce però verso quale direzione) anche una serie di problemi quali la perdita di terreni destinati alle coltivazioni a causa del mancato ripristino originario.

A preoccupare Chiabrando, però sono anche le acque. Scrive infatti:

Altro aspetto che ci preoccupa è quello delle falde acquifere. A seguito di precedenti realizzazioni di opere pubbliche in valle, intere borgate sono rimaste con le sorgenti prosciugate. Coldiretti chiede di individuare il tracciato con minor impatto sul territorio. Vogliamo evitare che la vallata venga ulteriormente penalizzata dall’ennesima grande opera. In tutta la valle di Susa l’agricoltura è un settore attivo; gli alpeggi sono una risorsa preziosa per l’economia locale. Senza il presidio dei coltivatori il territorio subirebbe profonde modificazioni. Tuttavia, sinora gli studi presentati non prendono nella dovuta considerazione la realtà agricola.

Perciò Coldiretti propone di essere invitata al tavolo della progettazione del TAV e aggiunge:
Noi coltivatori siamo preoccupati anche per quanto riguarda il materiale che verrebbe asportato dal cuore delle montagne per realizzare le gallerie. Non abbiamo informazioni sulle caratteristiche dei materiali e sui depositi. Anche in tal senso chiediamo maggiore chiarezza rispetto a quanto successo nel passato.

E a proposito dei carotaggi Sergio Barone presidente di sezione di Sant’Ambrogio di Torino, conclude:

Anche circa i sondaggi occorre essere limpidi e schietti. Nella valle di Susa sono vent’anni che si eseguono carotaggi, prima per l’elettrodotto, poi per i campionati mondiali e successivamente per le olimpiadi. Ora ci stanno dicendo che servono per individuare il tracciato. Io non sono un tecnico, ma l’impressione che si ha è che alcuni carotaggi sembrano essere privi di un senso logico particolare; forse servono a sondare la reazione della gente della nostra valle.

Via | Coldiretti
Foto | Flickr



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Tav in Val di Susa, per Coldiretti è troppo alto l’impatto sull’agricoltura

Da una frattura in Etiopia sta nascendo un nuovo oceano?

November 13th, 2009

Da una frattura in Etiopia sta nascendo un nuovo oceano?

Quante volte in molti abbiamo espresso il desiderio di essere testimoni della prima alba del mondo? Ebbene, se saremo fortunati riusciremo ad assistere alla nascita di un nuovo oceano. La frattura, che allargandosi, dovrebbe dare vita alla nuova formazione si trova neld eserto etiopico e secondo un nuovo studio pubblicato su Geophysical Research Letters i processi di creazione della frattura sono pressocché identici a quelli che si sono verificati sul fondo degli oceani, ragione per cui gli scienziati ritengono di trovarsi di fronte a un analogo fenomeno.

La frattura per ora è lunga circa 35 miglia ed è nata nel 2005 quando il vulcano Dabbahu con una esplosione e il rilascio di magma inizio a “decomprimere” la spaccatura in entrambe le direzioni.

Ha detto Cindy Ebinger, professore di earth and environmental sciences all’ University of Rochester e co-autrice della ricerca:

Il punto centrale di questo studio è quello di sapere se ciò che sta accadendo in Etiopia è come ciò che sta accadendo sul fondo dell’oceano, dove è quasi impossibile per noi andare. Sapevamo che se lo avessimo potuto stabilire allora l’Etiopia sarebbe stato un unici e superbo laboratorio e grazie alle circostanze senza precedenti e alla collaborazione transfrontaliera che vi è dietro questa ricerca, ora sappiamo che la risposta è sì, è analoga.

Via | Rochester Edu
Foto | Credits Rochester Edu



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